Israele, Palestina e Giordania: un tour da sogno

Sognavo da molto tempo di trascorrere una vacanza in Israele, Palestina e Giordania e oggi, finalmente, quel sogno è diventato realtà. Sono infatti appena ritornato da un viaggio di quattordici giorni, in cui ho ammirato posti meravigliosi e conosciuto qualcosa in più sulle culture locali. Da un punto di vista umano sono rimasto profondamente colpito dallo Yad Vashem, luogo in cui viene ricordato il dramma della Shoah. Se doveste visitare Israele, andateci! Sotto il profilo dell’avventura, la mia predilezione va invece al deserto di Wadi Rum (quello di Lawrence d’Arabia) e alla vicina Petra in Giordania. Non da meno sono state comunque le giornate sul Mar Rosso e sul Mar Morto e le visite a Tel Aviv, Gerusalemme, Amman, Jerash, Betlemme, Nazareth, Acri, Masada e non solo. Che cosa state ancora aspettando? Prenotate subito il vostro biglietto aereo e … non ve ne pentirete!

  • Date del viaggio: 26/12/2019 – 8/1/2020
  • Partecipanti: Riccardo Tempo, Marcello Vaglia
  • Spesa complessiva: circa 1.300 euro a testa (di cui 220 per i voli aerei e 230 per il noleggio auto)

Itinerario

  • 26/12: partenza da Orio al Serio e scalo (con pernottamento) a Sofia in Bulgaria
  • 27/12: volo da Sofia a Eilat (aeroporto Ramon). Notte a Eilat
  • 28/12: mattina a Eilat sul Mar Rosso. Poi Ein Bokek e Ein Gedi (notte) sul Mar Morto
  • 29/12: fortezza di Masada, relax al mare a Ein Bokek, Gerusalemme parte 1 (Old City, Muro del Pianto, Santo Sepolcro), notte a Betlemme
  • 30/12: Betlemme (Basilica della Natività, graffiti sul muro), Gerusalemme parte 2 (Yad Vashem, Monte degli Ulivi, Getsemani), notte a Tiberiade
  • 31/12: Tiberiade, Nazareth, Akko (l’antica San Giovanni d’Acri), passaggio da Haifa, notte a Tel Aviv
  • 1/1: Tel Aviv, ritorno a Eilat
  • 2/1: Red Canyon, passaggio di frontiera Israele / Giordania, noleggio auto ad Aqaba, notte ad Amman
  • 3/1: Amman, Jerash, notte a Souf
  • 4/1: Resti romani a Jerash (l’antica Gerasa), notte a Wadi Musa (città più vicina al sito archeologico di Petra)
  • 5/1: Petra, notte al Rais Camp Wadi Rum
  • 6/1: Wadi Rum Jeep Tour fra le terre di Lawrence d’Arabia, rientro ad Aqaba (notte)
  • 7/1: passaggio di frontiera Giordania / Israele, notte a Eilat
  • 8/1: mattina a Eilat, rientro in Italia (Eilat Ramon – Budapest – Milano Malpensa)

Giorno 1 (26/12): partenza da Orio e notte a Sofia

Nel tardo pomeriggio del 26 dicembre siamo partiti dall’aeroporto di Orio al Serio alla volta di Sofia, capitale della Bulgaria in cui vivono quasi 1.500.000 abitanti. Abbiamo scelto di alloggiare in un hotel nei pressi del centro storico, a due passi da Vitosha Boulevard. Qui abbiamo prima comprato un buon panino con carne grigliata da un “paninaro” e poi girato un po’ a piedi. Inoltre abbiamo brindato a questa nuova avventura al J.J. Murphy’s, uno dei pub – ristoranti più noti in città. Qui erano riuniti numerosi ragazzi esaltati davanti a una partita di Premier League. Siamo infine rientrati in albergo e il giorno dopo ci siamo diretti all’aeroporto cittadino.

Mi ha colpito particolarmente la linea metropolitana di Sofia, curata nei minimi dettagli e ben più “viva” e colorata rispetto per esempio a quella di Milano. Presso la stazione di Serdika sono addirittura presenti una serie di rovine romane e della Tracia. A tal proposito, la città fu fondata nel VII secolo aC e venne ribattezzata Sardica dai Traci. Conquistata dai Romani nel 29 aC (epoca di Ottaviano Augusto), avrebbe in seguito vissuto mille peripezie fino ai tempi odierni. Il nome Sofia, il cui significato è “saggezza” in greco, le venne dato nel 1376.

Giorno 2 (27/12): arrivo a Eilat in Israele

Nel pomeriggio del 27 dicembre abbiamo finalmente messo piede sul suolo di Israele, entrambi per la prima volta. Il nostro aereo è atterrato presso il nuovo aeroporto di Eilat, conosciuto come Eilat – Ramon Airport e dedicato alla memoria di Ilan e Assaf Ramon, padre e figlio considerati tra gli assi dell’aviazione israeliana (Ilan fu il primo astronauta in assoluto). Presso la struttura abbiamo prima comprato una SIM locale, quindi cambiato un po’ di denaro (nuovo shekel / siclo israeliano è la loro valuta) e infine prelevato l’automobile prenotata dall’Italia. Diciotto km di strada e abbiamo raggiunto il centro abitato.

Eilat è una bella località situata sul Mar Rosso, famosa principalmente per essere uno dei luoghi più celebri al mondo per gli amanti delle immersioni subacquee. Inoltre è una località di confine, visto che si trova a pochi km da Taba in Egitto a sud e idem da Aqaba in Giordania a est. Tra l’altro non dista molto nemmeno dall’Arabia Saudita, visto che il confine arabo è situato proprio subito dopo la cittadina di Aqaba. Se doveste alloggiare a Eilat, vi consiglio vivamente il Motel Aviv.

Giorno 3 (28/12): snorkeling a Eilat e arrivo presso il Mar Morto

Dopo una buona colazione, ci siamo subito messi in moto verso l’Eilat Coral Beach Nature Reserve, dove abbiamo potuto ammirare la meravigliosa barriera corallina. E pensare che solo due giorni prima eravamo nella piovosa Milano! Quindi, dopo un po’ di relax sulla spiaggia, Marcello ha affittato pinne, boccaglio e mascherina per godersi una piacevole ora di snorkeling.

Wow, che spettacolo! Abbiamo lasciato Eilat nel primo pomeriggio e ci siamo diretti verso Ein Bokek. In questa località abbiamo comprato un paio dei famosi saponi ai sali del Mar Morto prima di volgere verso Ein Gedi. Qui abbiamo dormito presso un camping e, senz’ombra di dubbio, è stata la notte in cui abbiamo preso più freddo in assoluto. Nell’oasi di Ein Gedi (o En Gedi) sono presenti diverse grotte naturali, in cui sono stati ritrovati frammenti di passi della Bibbia (Antico Testamento). Questi frammenti fanno parte dei cosiddetti Manoscritti (o Rotoli) del Mar Morto, su cui consiglio la lettura dell’opera “Il mistero del Mar Morto. Lo scandalo dei rotoli di Qumran” scritta dagli studiosi Michael Baigent e Richard Leigh.

Giorno 4 (29/12): fortezza di Masada, nuotata nel Mar Morto, visita a Gerusalemme, notte a Betlemme

Superata la gelida notte di Ein Gedi, abbiamo deciso di darci dentro e subito ci siamo avviati verso l’antica e leggendaria fortezza di Masada, teatro di uno dei fatti più incredibili della storia romana. Qui infatti, un gruppo di circa mille persone appartenenti alla fazione dei Sicarii (i più estremisti fra gli ebrei zeloti) si era racchiuso nella fortezza, rifiutando di arrendersi al potentissimo esercito imperiale romano. Quando ormai, nel marzo del 73 dC, il leader Eleazar Ben Yair comprese la disfatta, decretò che la migliore soluzione consistesse in un suicidio di massa in modo da evitare di cadere nelle grinfie del nemico e così fu. Solo due donne e cinque bambini riuscirono a nascondersi e, una volta entrati i soldati romani nella città, furono proprio le due donne a raccontare loro l’accaduto.

Il comandante Lucio Flavio Silva prese allora il comando della cittadella, grazie a cui Roma riuscì a ottenere il controllo dell’intera regione. Lì trovò conclusione la prima guerra giudaica e questo sacrificio fu reputato un atto eroico da parte degli stessi Romani. Grazie all’opera “Guerra Giudaica” dello storico Flavio Giuseppe abbiamo una panoramica piuttosto completa di quei fatti. Oggi Masada (in ebraico Metzada) è un importante centro archeologico, visitato ogni anno da numerosi turisti. La maggior parte dei visitatori raggiunge la roccaforte grazie alla funivia, mentre noi abbiamo optato per la salita a piedi attraverso lo Snake Path (Sentiero del Serpente). Tra le altre cose, a Masada era stato costruito il palazzo di Erode il Grande. Tutt’oggi le reclute dell’esercito israeliano sono condotte presso la fortezza per pronunciare il giuramento di fedeltà:

Metzadà shenìt lo tippòl!

Mai più Masada cadrà!

Scesi nuovamente a piedi dall’antico sentiero, ci siamo subito diretti verso il Mar Morto, più precisamente a Ein Bokek. Il Mar Morto è lo specchio d’acqua dalla salinità più elevata al mondo nonché il punto più basso sulla terraferma visto che le sue rive sono poste a 400 metri sotto il livello del mare. L’altissima salinità permette a chiunque, comprese dunque quelle persone incapaci di nuotare, di restare a galla. Ricordatevi però di non andare troppo al largo e di non bagnarvi il viso.

Dopo questa breve e piacevole parentesi, abbiamo raggiunto Gerusalemme, capitale di Israele e reclamata dai palestinesi come propria capitale nel suo settore orientale. Appena entrati in città, siamo stati accolti da un incredibile traffico di automobili e abbiamo a fatica trovato un parcheggio all’interno di un parking sotterraneo. Il caos è però continuato anche a piedi, in particolare lungo le stradine della Old City (Città Vecchia), zona dichiarata patrimonio UNESCO nel 1981. Come mai era presente così tanta gente? Immagino che Gerusalemme sia sempre invasa dai turisti ma, in questo caso, siamo giunti lì durante la festività della Chanukkah o Festa delle Luci e quindi presumo che sia stato per quel motivo. Dopo avere vagato un po’ tra i mercatini e asssaggiato un buonissimo dolcetto con miele e mandorle, siamo arrivati al Muro del Pianto (Kotel o Western Wall), simbolo sacro per l’ebraismo.

Questo muro, a cui – ahimé – le donne non possono accedere direttamente (donne e bambine erano radunate in appositi spazi laterali), è l’unica zona resistita alla distruzione del Tempio di Gerusalemme a opera delle armate imperiali romane di Tito nel 70 dC. Dal Muro del Pianto ci siamo poi diretti alla Basilica del Santo Sepolcro, sede del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, mentre abbiamo potuto ammirare solo dall’alto edifici quali la Cupola della Roccia e la moschea Al-Aqsa, entrambi luoghi sacri all’Islam. Affamati, siamo risaliti a piedi fino al mercato di Mahane Yehuda, dove abbiamo mangiato una buonissima zuppa in un ristorante vegano e poi … in auto verso Betlemme. Nella città considerata luogo di nascita di Gesù Cristo, facente parte della Cisgiordania all’interno dei Territori Palestinesi, abbiamo trascorso la notte in un piccolo appartamento.

Giorno 5 (30/12): Betlemme tra graffiti e religione, Yad Vashem a Gerusalemme, notte a Tiberiade

Il passaggio da Israele alla Palestina è stato evidente sin da subito. In quest’ultima infatti, a esclusione dei luoghi un po’ più turistici, si denota palesemente una maggiore povertà rispetto ai vicini. Betlemme attrae turismo principalmente per la Basilica della Natività dove, simbolicamente, le varie Chiese cristiane dichiarano che sia nato Cristo. Una visita vale sicuramente la pena ma, con tutta sincerità, sono rimaso ben più colpito dai graffiti (murales) presenti sul muro divisorio tra Palestina e Israele. Lo street artist più famoso ad avere operato qui è certamente Banksy, misterioso artista di Bristol dall’identità sconosciuta, a cui si devono i graffiti degli angioletti che cercano di scardinare il muro e della colomba della pace. Inoltre, all’interno di un autolavaggio di fronte al muro, è stata realizzata una coppia del celeberrimo “Flower Thrower”, ovvero “Il lanciatore di fiori”.

Oltre alle opere di Banksy, potrete ammirare tantissimi altri murales significativi, dedicati soprattutto a scene di pace. Una scritta altamente simbolica a tal riguardo è:

Make hummus, not walls

Fate l’hummus, non i muri

Ci sono poi ritratti di Muhammad Ali, Nelson Mandela, Mark Zuckerberg, Donald Trump (i due graffiti a lui dedicati non sono particolarmente onorevoli) e Leila Khaled. Il graffito dedicato a quest’ultima è forse il più grande in assoluto e colpisce lo sguardo del visitatore sopra ogni altra cosa. Leila Khaled, attualmente membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, divenne tristemente famosa per avere partecipato a due dirottamenti aerei fra il 1969 e il 1970. Il graffito di Betlemme riprende la fotografia scattata dal fotografio Eddie Adams, premio Pulitzer nel 1969, mentre la Khaled sorridente teneva in mano un fucile AK-47 (meglio noto come kalashnikov). Ad Amman, capitale della Giordania dove oggi la donna risiede, avremmo trovato lo stesso disegno sul muro di una abitazione. Dopo quella foto, Leila divenne molto nota e, per evitare di essere facilmente riconosciuta, si sottopose a svariati interventi di chirurgia plastica. Gesù Cristo, il business legato alla religione, il Muro, Banksy, Leila Khaled e tanto altro ancora: Betlemme è un luogo dai mille volti e rappresenta un vero e proprio simbolo sotto molti punti di vista all’interno del Medio Oriente.

Se Betlemme ha risvegliato la mia coscienza, il luogo successivo l’avrebbe scossa completamente … sto parlando dello Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele. Usciti da Betlemme, siamo dunque rientrati a Gerusalemme, dirigendoci al monte Herzl, ovvero la sede dello Yad Vashem. In questo incredibile luogo sono rimasto profondamente colpito dal Museo Storico dell’Olocausto. L’emozione è stata tale che non riuscirei mai a riportare su carta ciò che ho visto.

Lo Yad Vashem comprende inoltre il Museo d’Arte dell’Olocausto, la Sala della Memoria, la Sala dei Nomi, il Memoriale dei Bambini, la Valle delle Comunità, il Giardino dei Giusti, l’Istituto Internazionale di Ricerca sull’Olocausto, una Scuola Internazionale per gli Studi della Shoah, una biblioteca, una sinagoga e altri monumenti e targhe. Lo Yad Vashem è un luogo di testimonianza e di ricordo innalzato per ricordare perennemente la Shoah e come monito per uomini e donne del presente verso la costruzione di un futuro di pace e fratellanza.

A proposito della mostruosità dell’Olocausto, in conclusione a questa parentesi, riporto un pensiero di Elie Wiesel tratto da “La Notte” e riguardante il suo arrivo ad Auschwitz:

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Usciti dallo Yad Vashem, abbiamo ripreso l’automobile in direzione Monte degli Ulivi e giardino dei Getsemani. Quindi, col calar del buio, siamo partiti per Tiberiade. Qui abbiamo cenato e trascorso la notte.

Giorno 6 (31/12): lago di Tiberiade, Nazareth, Akko (San Giovanni d’Acri), passaggio da Haifa, Capodanno a Tel Aviv

Un bel sole ha accolto il nostro risveglio sulle sponde del lago di Tiberiade. Da qui, dopo una rinfrancante passeggiata, abbiamo preso la strada di Nazareth. Nella cittadina dove, secondo i Vangeli, Gesù avrebbe trascorso parte della propria vita, abbiamo perso un po’ di tempo fra i mercatini prima di giungere alla Basilica dell’Annunciazione. Qui abbiamo innanzitutto ammirato i numerosi mosaici a sfondo mariano disposti sui lati del cortile esterno, donati da ogni parte del mondo, e poi abbiamo fatto una breve visita all’interno della struttura. Quindi, pieni di fame, abbiamo sostato in un piccolo locale all’interno della zona dei mercatini e gustato una delle numerose pita con falafel di ceci del viaggio.

Terminato il pranzo, siamo subito andati ad Akko, l’antica San Giovanni d’Acri. Centro importante sin dall’antichità, visse il proprio apogeo durante l’epoca dei Crociati, i quali la conquistarono nel 1104 in seguito a 466 anni di dominio arabo e ne fecero il proprio porto principale di quei territori. Riconquistata nel 1187 dal leggendario esercito di Saladino, soltanto quattro anni più tardi sarebbe stata ripresa da re Riccardo I d’Inghilterra. Divenuta allora capitale di ciò che restava del Regno di Gerusalemme, sarebbe caduta definitivamente sotto il controllo musulmano nel 1291, dopo il vittorioso assedio guidato dai Mamelucchi del sultano al-Malik al-Ashraf Khalil. Quindi, dopo secoli di decadenza, ritornò in auge sotto il governo di Ahmad al-Jazzar, governatore ottomano meglio conosciuto come Jazzar Pascià. Questi riuscì infatti a respingere le milizie di Napoleone Bonaparte nel 1799 e nel 1800 rimpiazzò le vecchie mura difensive con mura ben più spesse e resistenti. Ad Acri siamo stati nel tunnel dei Templari e nel cosiddetto “Turkish Bath”. Quindi abbiamo goduto un tramonto meraviglioso in riva al mare prima di ripartire alla volta di Tel Aviv, meta designata per il nostro Capodanno.

Prima di raggiungere Tel Aviv, abbiamo sostato un po’ a Haifa. Purtroppo però, vista la tarda ora, non siamo riusciti a entrare nei celebri Giardini pensili (o Terrazze Bahai) sul monte Carmelo. Da qui siamo subito ripartiti verso Tel Aviv, dove abbiamo brindato l’arrivo dell’anno nuovo.

Giorno 7 (1/1): Tel Aviv e ritorno a Eilat

Tel Aviv è una città moderna, piacevole e forse unica all’interno del panorama israeliano. Considerata da molti come la vera e propria capitale della nazione a discapito di Gerusalemme, è piaciuta moltissimo a entrambi e vi consiglio vivamente di trascorrervi qualche giorno. La mattina del 1 gennaio siamo subito andati a fare una passeggiata tra i vialetti che portano alla spiaggia e al mare. Qui numerose persone di ogni età si stavano rilassando sulla spiaggia oppure stavano bevendo un cocktail in un bar vicino. Altri invece cavalcavano le onde marine in sella alla propria tavola da surf oppure andavano in bici sulla ciclabile adiacente alla spiaggia. In quel momento mi sarei voluto fermare lì per molto tempo e non soltanto per qualche minuto! Da lì abbiamo risalito la città e, dopo circa mezz’ora a passo spedito, abbiamo raggiunto il Tel Aviv Museum of Art (Museo d’Arte di Tel Aviv).

Lì abbiamo ammirato alcune meravigliose opere di artisti quali Monet, Pissarro, Cezanne, Sisley, Degas, Toulouse-Lautrec, Matisse, Renoir, Van Gogh, Picasso, Modigliani, Mirò e Rodin. Sono inoltre presenti diverse installazioni contemporanee oltre a una meravigliosa stanza con opere un po’ più antiche (Rubens, van Dyck, Canaletto …). Il visitatore può anche divenire parte itinerante del museo, come testimoniato dalla fotografia sottostante.

I 50 NIS (circa 13 euro) del biglietto d’ingresso sono stati spesi veramente bene … andateci, non ve ne pentirete! Usciti dalla struttura, abbiamo subito fatto una fugace merenda prima di rimetterci in auto per il rientro a Eilat. Dopo circa 350 km in cui abbiamo sfiorato la Striscia di Gaza e attraversato il deserto del Negev, abbiamo dunque rivisto la cittadina in cui eravamo giunti qualche giorno prima e che avremmo rivisto una settimana dopo come nostra ultima meta del tour.

Giorno 8 (2/1): Red Canyon, passaggio di frontiera, Aqaba, notte ad Amman

Che cosa fare ora? Lasciare subito l’auto al noleggio e oltrepassare la frontiera con la Giordania già in mattinata oppure goderci un’ultima perla in terra israeliana? Beh, abbiamo scelto quest’ultima opzione e siamo andati al Red Canyon, un bellissimo luogo nei pressi delle Eilat Mountains. Il percorso a piedi, fattibile solo da novembre ad aprile, è molto semplice. Noi abbiamo scelto la versione media da 5 km (circa 100 metri di dislivello) ma, per i meno allenati, è possibile chiudere un anello da 2 km.

Terminato il giro al Red Canyon, abbiamo restituito l’automobile all’aeroporto di Eilat Ramon, dove un taxi ci ha accompagnati fino alla frontiera (“Yitzhak Rabin / Wadi Araba border”) e da qui è iniziato un nuovo viaggio! Alla frontiera giordana abbiamo trovato una grande disorganizzazione e, dopo due ore circa di sofferenza in spazi angusti, siamo riusciti a ottenere i nostri timbri sul passaporto. Dopodiché un signore molto gentile ci ha dato gratuitamente un passaggio fino al centro di Aqaba, dove abbiamo subito acquistato una scheda SIM giordana prima di dirigerci alla sede del noleggio auto. Una volta preso possesso della nuova autovettura, abbiamo detto: “E ora via verso Amman!“. Dunque, ad appena ventiquattro ore dalla trainata fra Tel Aviv ed Eilat, abbiamo percorso altri 325 km e dopo diverse ore abbiamo raggiunto la capitale giordana immersa nel buio.

Giorno 9 (3/1): Cittadella e street food ad Amman, arrivo a Jerash e notte a Souf

Amman è una città di notevoli dimensioni, abitata da circa 5 milioni di persone e posta a una altitudine tra i 773 e i 1.029 metri sul livello del mare. Situata nella zona nord-ovest della Giordania, in passato era stata denominata “Philadelphia“. Vista la stagione, abbiamo trovato un clima freddo, ben distante dai 20 gradi di Aqaba sul Mar Rosso ma anche dalle temperature più miti riscontrate a Gerusalemme e Tel Aviv. Come prima visita mattutina, ci siamo diretti alla Cittadella di Amman, luogo turistico per eccellenza della città mediorientale.

Qui abbiamo ammirato i resti del Tempio romano di Ercole, del Palazzo degli Umayyadi, della Cisterna Umayyade, della Chiesa bizantina e della Torre di osservazione ayyubide e poi, dopo qualche foto di rito, siamo andati al museo. Quindi siamo scesi di qualche decina di metri e abbiamo visitato il sito dell’incantevole Teatro di Amman, costruito sotto l’impero di Antonino Pio fra il 138 e il 161 dC. Infine, prima di dedicarci alla pausa pranzo, abbiamo fatto visita all’adiacente Museo del Folklore.

Usciti dal sito del Teatro, abbiamo svoltato verso i mercatini (Souk) limitrofi, dove abbiamo gustato alcune prelibatezze culinarie prima di riprendere il cammino. Nelle ore successive, tra le varie cose, avremmo bevuto un frullato alla canna da zucchero realizzato in modo particolare. In questo negozietto sulla strada, un signore prendeva le canne da zucchero e le inseriva in un macchinario. Questa macchina sminuzzava le canne e da lì usciva il frullato.

Poi abbiamo acquistato qualche souvenir e quindi ci siamo persi tra le vie del mercato Souk El Khodra. Qui, tra spezie, frutta, verdura, carne e dolciumi, abbiamo avuto una lieta sorpresa proprio all’ora di cena. Infatti, verso l’uscita del Souk, abbiamo sentito un buonissimo profumo di pesce grigliato e … abbiamo trovato una bancarella in cui veniva cucinato proprio il pesce. Dopo giorni a base di falafel, salse speziate e carne, abbiamo finalmente gustato qualcosa di diverso e – posso assicurarvi – è stato uno dei più bei momenti di tutto il viaggio. I proprietari della bancarella ci hanno fatto sedere sulla balaustra del loro piccolo locale, precisamente davanti al bancone dove venivano esposti i pesci già grigliati. E, per una delizia del genere, abbiamo speso l’equivalente di circa 2 euro in due! Terminata l’esperienza ad Amman, abbiamo subito preso la strada per Jerash (l’antica Gerasa), dove il dì seguente avremmo ammirato alcune indicibili meraviglie. Tra mille peripezie, alla fine, abbiamo invece dormito nella vicina Souf.

Giorno 10 (4/1): resti romani a Gerasa, tempesta di sabbia verso Petra e notte a Wadi Musa

In mattinata siamo tornati a Jerash e ci siamo diretti immediatamente presso il sito archeologico dell’antica Gerasa, cittadina entrata a far parte dei domini romani nel 64 aC. All’ingresso del sito campeggia l’imponente Arco di Adriano, costruito in onore della visita dell’imperatore Adriano tra l’inverno del 129-130 dC. Se l’Arco (lunghezza 37 m, altezza 13 m) risulta essere l’elemento più famoso in assoluto, non da meno è il limitrofo Ippodromo che, al masssimo dello splendore, poteva ospitare 15.000 spettatori. Negli ultimi anni è stato restaurato e ogni giorno viene organizzato al suo interno uno spettacolo di bighe, meteo permettendo. Una visita alla struttura vale realmente la pena!

Usciti da lì, abbiamo pranzato in un posto particolare, unico nel suo genere. Al ristorante YaHala siamo stati infatti fatti accomodare in una saletta dalle sembianze di una grotta, dal cui soffitto pendevano numerose stalattiti. Un vero e proprio spettacolo e il cibo non è stato da meno. Lì abbiamo difatti assaggiato il più buono hummus di tutto il viaggio: ceci di altissima qualità e un olio eccezionale! Anche la carne non era niente male, ma quell’antipasto era davvero straordinario.

A quel punto ci siamo trovati davanti a un bivio: andare sul Mar Morto e trascorrere lì il dì seguente oppure scendere direttamente a Petra, anticipando dunque di ventiquattro ore la nostra visita all’antica città nabatea? Alla fine abbiamo optato per questa ultima soluzione e, fortunatamente, abbiamo avuto ragione. Il giorno seguente avremmo infatti visitato Petra sotto il sole, ma … il tragitto in auto da Jerash a Wadi Musa (città più vicina a Petra) è stato piuttosto movimentato. Verso la fine dei 270 km di viaggio tra le due località, siamo infatti stati sorpresi da una tempesta di sabbia unita a terribili banchi di nebbia. La fortuna ci ha comunque arriso poiché un signore del posto ci ha superati, illuminandoci la strada fino a Wadi Musa. In ogni caso non è stato facile, visto che abbiamo dovuto aumentare la velocità per rimanergli dietro.

Alla fine siamo arrivati a Wadi Musa e, in uno scenario spettrale, abbiamo parcheggiato l’automobile davanti all’hotel Hidab Petra. Qui abbiamo trascorso la notte e il giorno dopo finalmente visitato Petra.

Giorno 11 (5/1): visita a Petra e notte al Rais Camp Wadi Rum

Dichiarata da un recente sondaggio come la più grande meraviglia del mondo moderno e patrimonio UNESCO dal 1985, Petra è un luogo unico e inimitabile a livello globale. Antica capitale del popolo dei Nabatei, venne abbandonata a partire dall’ VIII secolo dC prima di essere “riscoperta” dall’orientalista svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1812. Noi abbiamo visitato questo incredibile sito archeologico durante il giorno (circa dalle 10.30 alle 16.30) ma, spendendo qualche euro in più, è possibile partecipare all’esperienza “Petra by Night“. Entrati a Petra, abbiamo subito percorso i 1.500 metri di lunghezza del siq, il leggendario corridoio grazie a cui si giunge davanti al celeberrimo monumento detto “El Khasneh“, il palazzo del tesoro del Faraone.

Fortunatamente non abbiamo visitato Petra durante il periodo più turistico dell’anno ma, certamente, sarebbe stato molto più bello vedere queste meraviglie senza la presenza di così tante altre persone al nostro fianco nonché senza tutte quelle bancarelle lungo il tragitto. Tornando all’aspetto artistico, dopo il Palazzo del Tesoro siamo sbucati sulla Strada delle Facciate e quindi ci siamo diretti verso “Al-Deir”, il monastero, a cui si arriva in seguito a una salita di 800 gradini scavati nella roccia. Lì abbiamo pranzato velocemente e, dopo essere scesi, siamo andati verso la zona delle tombe reali prima di concludere il nostro tour con una camminata a ritmi elevati verso l’Altare del sacrificio (al-Madbah).

Siamo dunque riusciti a visitare l’intero sito in sole sei ore (pause comprese), ma se non fossimo stati così allenati, avremmo dovuto sacrificare uno tra il monastero e l’altare del sacrificio. Infine, usciti nuovamente dal siq, abbiamo fatto una capatina al museo e poi siamo partiti alla volta del deserto di Wadi Rum, base operativa del tenente colonnello Thomas Edward Lawrence durante la rivolta araba tra il 1917 e il 1918. Arrivati presso il Wadi Rum, il GPS è letteralmente impazzito e ci ha mandati fuori strada in un paio di occasioni. Nella seconda, quando ormai eravamo a meno di cinque minuti dal luogo di arrivo, l’automobile si è insabbiata e sono dovuto uscire fuori a spingerla per farla ripartire.

La prima spinta ha dato i suoi frutti ma, dopo venti metri, eravamo nuovamente fermi. La seconda è invece andata a vuoto e, allora, abbiamo levato tutta la sabbia possibile da sotto le gomme. Dopo pochi metri, Marcello era però ancora fermo. Alla terza spinta è andata invece bene e siamo riusciti a rientrare sulla strada asfaltata. Quello sforzo, nel bel mezzo del deserto durante una gelida notte, mi ha stremato al punto che dopo l’ultima spinta mi sarei voluto gettare nella sabbia. Nel frattempo avevamo comunque telefonato ai gestori del Rais Camp Wadi Rum e, proprio appena rientrati sulla strada, abbiamo incrociato uno di loro e in poco tempo siamo arrivati alla struttura. Abbiamo quindi cenato e siamo subito andati a dormire. Il meraviglioso cielo stellato ci ha regalato un po’ di serenità, facendoci presagire qualcosa di bello per il giorno seguente.

Giorno 12 (6/1): jeep tour a Wadi Rum e rientro ad Aqaba

Mai avrei atteso di vivere una tale esperienza come quella del tour in jeep nel deserto di Wadi Rum. Accompagnati da Mahmoud, uno dei driver del Rais Camp, abbiamo optato per il giro da quattro ore e … ne è valsa la pena!

Accolti dal sole e dalle dune rosse del deserto, siamo infatti riusciti ad ammirare buona parte dei luoghi tanto cari al tenente colonnello Lawrence. In particolare mi ha colpito il ponte di pietra di Burdha, una costruzione sospesa nel vuoto a 35 metri di altezza, la cui arrampicata nella roccia richiede un minimo di destrezza. A poca distanza da questa costruzione si trovano invece i petroglifi del Canyon Al Khazali, ovvero incisioni rupestri realizzate dai Thamudeni, un popolo arabo preislamico.

Abbiamo quindi visto costruzioni di roccia denominate “Il fungo” e “La faccia”, ci siamo arrampicati su un’altra parete rocciosa e abbiamo sostato presso un paio di piccoli bazar turistici, dove la nostra guida ci ha offerto qualche bicchierino di ottimo tè. Terminata la visita, siamo ritornati al Rais camp e da lì, dopo un ottimo pranzo presso una piccola struttura della zona, siamo rientrati ad Aqaba.

Unico porto della Giordania, Aqaba fu conquistata dal già citato Lawrence d’Arabia durante la prima guerra mondiale. Più tardi, nel 1965, re Hussein di Giordania avrebbe ceduto seimila chilometri quadrati di deserto all’Arabia Saudita in cambio di 12 km di costa a sud della cittadina. Oggi, al fianco del vecchio centro di Aqaba, si sta infatti sviluppando un turismo proprio in quelle zone cedute dai sauditi e a tal riguardo abbiamo visto la costruzione di numerose villette di gusto occidentale.

Tornando al nostro viaggio, quella sera abbiamo mangiato in un ristorante e poi siamo andati a dormire.

Giorno 13 (7/1): passaggio di frontiera Giordania / Israele, notte a Eilat

Abbiamo dedicato la mattinata del penultimo giorno al relax in spiaggia e poi, prima di restituire l’auto al centro di noleggio, abbiamo percorso tutta la strada verso il confine saudita (siamo arrivati a pochi metri dalla frontiera).

Quindi, una volta rientrati alla base, uno dei ragazzi del Rental Car ci ha gentilmente accompagnati fino alla frontiera e da lì siamo ritornati nella vicina Eilat. Mentre all’ingresso in Giordania avevamo dovuto perdere parecchio tempo notando una disorganizzazione senza precedenti, in questo caso tutto è invece filato via abbastanza velocemente e dopo qualche controllo di routine abbiamo oltrepassato il confine. Qui siamo andati a piedi fino al “nostro” Motel Aviv, senza dunque prendere il taxi o un bus. Dopo una bella dose di vento, una piccola pausa in cui abbiamo mangiato una fetta di torta e 5,5 km circa a piedi, abbiamo finalmente raggiunto il nostro obiettivo. Qui abbiamo fatto una veloce doccia e lasciato giù i bagagli, prima di rimetterci nuovamente in moto e festeggiare degnamente l’ultima serata davanti a un boccale di birra in un locale a pochi passi dalle rive del Mar Rosso.

Ormai sfiniti, siamo tornati all’ovile a notte fonda e ci siamo addormentati consapevoli di essere giunti alla conclusione di un nuovo leggendario tour!

Giorno 14 (8/1): mattina a Eilat, scalo a Budapest e rientro in Italia

Prima di arrivare all’aeroporto di Eilat Ramon, abbiamo trascorso ancora qualche istante sulle sponde del mare. Abbiamo quindi pranzato e poi raggiunto l’aeroporto in taxi. Qui, dopo essere passati attraverso una lunga serie di accurati controlli, siamo finalmente saliti sull’aereo in direzione Budapest. Giunti nella capitale ungherese, abbiamo cenato al volo per poi ripartire verso Malpensa. Qui ci siamo salutati, dandoci appuntamento al prossimo viaggio!

Vi consiglio infine di leggere il post dedicato al nostro incredibile tour in bici alla scoperta dell’Uzbekistan.

Riccardo Tempo

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  1. Viaggio favoloso di cui il resoconto e le stupende foto invogliano a scoprire questi luoghi ricchi di storia e che sono la culla della nostra civiltà.

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